
Non solo Maranza e trapper: il libro di Arditti e Gallicola racconta anche storie senza coro da stadio, dove la violenza quotidiana colpisce ragazzi anonimi, donne sole e perfino un cucciolo di cane.
Accanto ai capitoli più mediatici – Don Alì, la Z4, Baby Gang, Kappa 24K – “Piumini e catene” dedica spazio a vicende che non hanno prodotto hashtag virali ma che dicono molto sullo stato del tessuto sociale italiano.
Sono storie in cui non c’è un “re” da idolatrare, ma persone comuni travolte da dinamiche di quartiere, inseguimenti di routine o tentativi di furto tanto assurdi quanto rivelatori, come nel caso del Jack Russell Pepe in centro a Padova.
Il capitolo su Ramy, ragazzo di origine egiziana cresciuto tra via Ripamonti e le linee di confine del sud di Milano, è esemplare: un diciannovenne senza progetto definito, un rapporto intermittente con la scuola, scooter come prolungamento del corpo e la fuga come riflesso identitario.
Quando la pattuglia tenta il controllo e lui sceglie di non fermarsi, la sequenza “accelera–perdita di controllo–caduta” è raccontata senza sconti retorici: nessun martire, nessun mostro, solo l’esito coerente di una logica di vita che non lascia margini per la valutazione delle conseguenze.
Ancora più spiazzante, per chi legge, è la vicenda di Peppe, il “cucciolo di dieci mesi” conteso in una piazzetta del centro di Padova da tre ragazzi che cercano di strapparlo al guinzaglio come fosse un oggetto di valore.
La donna che lo porta a spasso viene spintonata e minacciata, e il tentativo di furto lascia soprattutto una cicatrice invisibile: da quel momento evita di uscire la sera, organizza tappetini in casa per il cane, interiorizza l’idea che anche un giro a pochi passi da casa possa trasformarsi in rischio.
In controluce, queste pagine dialogano con le storie di “bullismo estremo” di Barriera, dove un ragazzo con disabilità lieve viene seviziato dai coetanei e spinto verso la Dora, e la vendetta di altri gruppi prende forma come risposta “di sistema” a un codice violato.
Arditti e Gallicola mostrano come la violenza non sia patrimonio esclusivo delle gang più esposte mediaticamente, ma attraversi ambienti diversi: famiglie italiane “normali” di Triante a Monza, comunità migranti di seconda generazione, centri storici turistici, sobborghi industriali.
Il merito del libro è far emergere una geografia delle vittime spesso silenziosa: il pendolare che smette di prendere l’ultimo treno, la donna che cambia abitudini con il cane, il ragazzo che non diventa simbolo ma monito interno – “ricordi Ramy? È successo” – ripetizione tra amici come avvertimento.
Sono queste esistenze “minori”, cucite una dopo l’altra, a rendere evidente quanto la risposta alla violenza non possa limitarsi alla repressione spettacolare dei casi più eclatanti, ma dover passare per una ricostruzione paziente di fiducia, prossimità e possibilità concreta di vivere senza sentirsi in trappola.




