
I diritti sociali sono un bene comune incomprimibile. La salute, l’assistenza e la protezione sociale non possono trasformarsi in privilegi riservati solo a chi possiede le risorse economiche per ricorrere al mercato privato, specialmente laddove il sistema pubblico fatica a rispondere. Da questa consapevolezza imprescindibile deve muovere la progettazione del welfare del futuro.
Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha il compito irrinunciabile di garantire universalità, equità e un accesso uniforme alle cure. Tuttavia, per rafforzare la capacità pubblica di risposta ai bisogni dei cittadini, è oggi necessario valorizzare l’ecosistema di competenze, reti e risorse che già opera sul territorio. Cooperative, Terzo Settore, imprese e comunità non sono soggetti estranei al welfare pubblico: sono attori di prossimità in grado di offrire risposte tempestive e garantire la continuità dell’assistenza laddove le persone vivono e lavorano.
La vera sfida istituzionale risiede nel definire le modalità per mobilitare, aggregare e governare queste energie.
Unicoop, il valore della regia pubblica
A coronamento di questa visione, il Presidente Unicoop Lucia Dello Russo, sottolinea la necessità di preservare l’equilibrio tra l’iniziativa privata e la responsabilità universale dello Stato, delineando il confine sottile ma decisivo tra sinergia e delega. «La tutela dei diritti sociali rappresenta il nucleo identitario della nostra comunità e richiede, oggi più che mai, una chiara stabilità di indirizzo – afferma Dello Russo. Non si tratta di delegare al mercato o alle sole dinamiche aziendali compiti che appartengono alla responsabilità universale delle istituzioni. Se interpretato in una logica puramente interna o esclusiva, il welfare aziendale rischia infatti di generare involontarie frammentazioni, escludendo proprio le fasce di popolazione che avrebbero maggiore necessità di protezione.
In questa prospettiva – continua la Presidente – le misure con cui lo Stato sostiene la conciliazione vita-lavoro, come gli incentivi previdenziali e i contributi a fondo perduto legati alla certificazione UNI/PdR 192:2026, offrono un impulso prezioso per la crescita culturale del nostro sistema produttivo. Tuttavia, queste lodevoli tutele non devono essere intese come una supplenza al welfare pubblico, bensì come un tassello di un mosaico più ampio.
La cooperazione virtuosa si distingue nettamente dalla privatizzazione dei servizi essenziali: essa presuppone che l’autorità pubblica mantenga saldamente la regia strategica e la titolarità delle funzioni ad alto valore aggiunto, integrandole nella programmazione territoriale. L’obiettivo è far evolvere le risorse nate nelle singole imprese affinché escano da un perimetro chiuso e si offrano come bene comune per l’intera cittadinanza. Solo attraverso questa rigorosa sintesi, guidata dalle istituzioni, conclude la Presidente Dello Russo, potremo trasformare la vivacità del tessuto privato in una rinnovata capacità pubblica, capace di garantire a tutti equità, dignità e inclusione.»
Dal Welfare Aziendale al Welfare di Comunità
Una delle risposte più efficaci a questa esigenza è l’evoluzione dei piani di welfare aziendali in modelli di welfare interaziendale. Mettendo in comune i bisogni e le risorse di più imprese — in particolare all’interno del tessuto delle Piccole e Medie Imprese (PMI) — diventa possibile co-progettare servizi strutturati di prossimità insieme alle istituzioni locali e al Terzo Settore.
L’obiettivo non è la creazione di un sistema sanitario parallelo o sostitutivo di quello pubblico, bensì l’ampliamento della capacità complessiva di risposta del territorio.
Un esempio concreto di questa transizione è il poliambulatorio interaziendale: le impreseaggregano la domanda sanitaria dei propri lavoratori e investono risorse, le cooperative socialiorganizzano ed erogano le prestazioni con competenze specifiche, le istituzioni localisovrintendono alla governance, integrando il servizio nella rete dei servizi di prossimità.
Questo tipo di struttura non rappresenta un punto di arrivo, ma un incubatore di capacità assistenziale. Il passaggio chiave avviene quando questa capacità territoriale aggiuntiva viene trasferita e integrata all’interno delle Case della Comunità. È precisamente in questo trasferimento che il modello si concretizza: la risorsa nata dall’aggregazione privata entra a tutti gli effetti nella programmazione pubblica, integrandosi con i servizi sanitari e sociali del distretto e aprendosi progressivamente a tutta la cittadinanza.
Questo principio di convergenza verso le Case della Comunità può essere applicato con successo alla prevenzione, agli screening, alla telemedicina, all’assistenza domiciliare, alla gestione delle cronicità e al supporto psicologico. Resta tuttavia aperto un interrogativo fondamentale: come misurare l’effettivo valore che questa capacità aggiuntiva genera per l’intero sistema pubblico?
Il Quoziente di Efficienza Territoriale: misurare l’impatto, programmare il futuro
Per dare dignità istituzionale a questo modello serve una metrica rigorosa: il Quoziente di Efficienza Territoriale.
Questo indicatore non nasce per calcolare un mero risparmio economico, ma per misurare quanta salute e quanta prossimità in più si riescono a generare ottimizzando le risorse disponibili. Il Quoziente valuta scientificamente l’impatto della rete territoriale in termini di:
– Prevenzione attiva e diagnosi precoce nei luoghi di lavoro e di vita.
– Tempestività d’intervento e continuità assistenziale per i pazienti fragili.
– Appropriatezza delle cure, riducendo gli accessi impropri ai servizi ad alta intensità (come i Pronto Soccorso) e alleggerendo le liste d’attesa.
Attraverso il Quoziente di Efficienza Territoriale si attiva una governance virtuosa articolata in due fasi distinte e sequenziali: una prima fase di Valutazione e Misurazione dei risultati tramite indicatori condivisi, e una seconda di Valorizzazione e Reinvestimento.
Dimostrare scientificamente il valore prodotto dalla cooperazione tra pubblico, privato e Terzo Settore permette alle istituzioni locali di compiere un passo storico: trasformare l’efficienza territoriale in maggiore capacità pubblica. Le risorse liberate dall’azione sinergica della comunità possono così essere reinvestite e inserite nella programmazione dei distretti sanitari, rafforzando i Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) e garantendo la sostenibilità di lungo periodo del nostro sistema universalistico.




